cernio

Archive for the ‘il piccolo project manager’ Category

 
gen
25
Posted (cerion) in il piccolo project manager, q-cina dal mondo on gennaio-25-2008

Un bravo product manager deve conoscere bene il mercato. Il mercato è ricco di insidie, di furbi, di cosiddette "sole" o fregature, insomma è facile cadere in trappola e non riuscire a sfruttare al meglio le opportunità che ti si offrono.

Conoscere il mercato significa esplorare, confrontare, rivedere ed alla fine scegliere tra mille possibilità.

Chi conosce il mercato riesce a concludere buoni affari: attenzione però! Fondamentale è la costanza, nello studio del mercato. Periodicamente bisogna ripetere l’analisi ed il confronto tra prezzi e prodotti.

Spesso un contatto diretto con i fornitori aiuta ad ottenere maggiori informazioni, ed ovviamente le discussioni che emergono con altri "player" del mercato sono sempre interessanti e ricche di notizie.

Ecco un documento visivo della mia analisi mattutina del Mercato di S. Benedetto.

E cosa avevate capito? :)

Ecco, ad esempio, una splendità varietà di arancia. Dopo il tarocco dal muso, il clementino dal naso



 
gen
09
Posted (cerion) in eiaeia, il piccolo project manager on gennaio-9-2008

Il Web 2.0 ha portato grandi novità in termini tecnologici, culturali ed ovviamente sociali.

Tecnologicamente parlando, AJAX l’ha fatta da padrone. Grazie soprattutto all’ottima operazione di marketing organizzata dal papà della sigla, Jesse James Garrett. AJAX sta per "Asinchronous Javascript and XML" e si basa su una tecnologia datata 2002 che consente di "aggiungere componenti dinamici alla pagina web" senza doverla ricaricare completamente. Questa innovazione ha cambiato il vecchio modo di pensare "a maschere" (o a form) che governava le interfacce utente fino ad allora concepite, rendendo l’interazione molto più immediata e l’uso delle applicazioni web molto più semplice ed intuitivo.

Culturalmente parlando, credo che Wikipedia (e l’uso di strumenti collaborativi di pubblicazione in generale) abbiano segnato un’inversione di tendenza nella tradizionale catena di produzione e consumo dell’informazione. Il contributo degli utenti produttori di contenuti (che è circa il 2% rispetto al totale degli utilizzatori), ed il feedback degli utenti revisori (un altro 8% circa del totale) ha permesso al restante 90% della popolazione web di usufruire di contenuti quasi sempre attendibili, nelle lingue più diffuse nel mondo. Insomma, il contenuto generato dagli utenti, o UGC – User Generated Content è un elemento importante del Web 2.0. Anche le aziende hanno affrontato un radicale cambiamento nella comunicazione istituzionale, affiancando ai vecchi, noiosissimi siti-vetrina, ricchi di informazioni inutili e quasi sempre poco aggiornate, un’altra novità del web2.0, il blog. Abbreviazione di weblog, altro non è che la trasformazione dell’HTML, in uno strumento intuitivo e facile da usare. Le piattaforme di blogging hanno consentito alla immaginaria "zia mariuccia" di scrivere sul web in maniera semplice senza troppi tecnicismi; e consentono alle aziende o ai professionisti di fornire informazioni sui loro prodotti o il loro mestiere in maniera semplice e diretta. La possibilità di lasciare un commento, inoltre, favorisce il contatto con il cliente/visitatore ed aumenta le possibilità di conclusione di un affare.

Socialmente parlando, si parla di reti di relazioni, e di blogging. Le reti di relazioni, o Social Network, sono dei siti che raccolgono e memorizzano gli intricati intrecci che sussistono tra le persone sparse in giro per il mondo. Lo studio dell’evoluzione di queste reti consente di elaborare nuove strategie di marketing, basate sul passa parola (WOMM - Word of Mouth Marketing) o sulla diffusione contagiosa, virale dell’informazione inoculata in un contenuto irresistibile (Viral Marketing). Il cambio, in questo caso, riguarda la comunicazione nel modo più profondo: la teoria ci insegnava che esiste una sorgente, un canale, un ricevente: due persone che si parlano, insomma. Poi si è parlato di comunicazione di massa, dove esiste un emettitore, un area di trasmissione, ed un gruppo di ricevitori: la tv, i grandi comizi. Ora si deve parlare di comunicazione tra masse, perché chi vuole diffondere un messaggio segue la terza via, quella del blogging, o del recentemente coniato microblogging: in pratica, consiste nell’inviare, in un punto di raccolta comune, un messaggio di circa 200 caratteri. Twitter, Jaiku e Hictu (nota: lavoro per l’azienda che lo produce) sono solo alcuni degli esempi di piattaforme di microblogging.

Insomma, il web2.0 è una rivoluzione epocale del nostro modo di vivere, di comunicare, e di lavorare. Sono tantissime le aziende che, nel mondo, si occupano di Web2.0 e qualcuno già parla di web 3: siamo pronti a reagire al cambiamento?

 

 

Mi viene da pensare allo speaker’s corner di Hyde Park, a Londra, dove chiunque può prendere una sedia, salirci sopra, e fare un comizio.

Mi sembra che ora il web sia pieno di questi signori che a turno salgono su tante sedie, e dicono la loro. Perché ci sono più blogger che lettori!



 
nov
13
Posted (cerion) in il piccolo project manager on novembre-13-2007

Da due-tre anni a questa parte, oltre a coltivare la passione / lavoro per lo sviluppo di applicazioni web, mi sono interessato alla gestione dei progetti.

Inizialmente è stato uno shock: da un giorno all’altro mi hanno detto: "tie’, questa è la tua nuova collega, così potrai fare il doppio di quel che facevi già. Trattala bene". Con la mia collega siamo cresciuti insieme, per un po’, poi le nostre strade si son separate, lei ha gestito progetti ed altre persone, eccetera.

All’inizio non capivo. Non capivo le dinamiche di responsabilità, i problemi di comunicazione, la differenza tra autorità ed autorevolezza. Mi mancava qualcosa.

Un giorno, a Fiumicino, di ritorno da una trasferta piuttosto faticosa, mi balza l’occhio su  un libro: Il project Management – Come gestire il cambiamento e l’innovazione

Con non poca fatica inizio la lettura in aereo. Niente da fare, serve concentrazione. A casa, piano piano, pagina dopo pagina, mi si apriva un panorama di cose nuove. Alcune in realtà non lo erano affatto, le avevo già viste in Ingegneria del Software. Ma mancavano del background culturale da cui provenivano: la realtà industriale e la cosiddetta industria del software hanno tanti punti in comune, ma anche tantissime divergenze. Non si può applicare la logica produttiva manifatturiera al software, perché il software non può essere paragonato ad una macchina. Anzi, un software è più simile alla catena di montaggio che produce la macchina. E le famigerate Software factories descritte in "the business of Software" di Cusumano non hanno sempre prodotto grandi software, alla fine.

Gran parte dei problemi di gestione in un progetto software sono legati alla comunicazione. Alla fine, un progetto software
 è fatto di persone che comunicano. Ed è per questo motivo che è difficile gestire grossi progetti, con molte persone.

Il numero di discorsi si moltiplica esponenzialmente all’aumentare delle persone coinvolte, ed il progetto tende quindi a rallentare fino quasi a fermarsi.

Questo comportamento è illustrato dalla legge di Brooks:

Adding manpower to a late software project makes it later.

Aggiungere risorse umane ad un progetto già in ritardo non fa altro che ridardarlo ulteriormente.

 

Le persone partecipanti al progetto devono prendere confidenza con i protocolli usati, le abitudini, le usanze, il vocabolario… Insomma, si devono acclimatare, e questo comporta un costo in termini temporali. Non sempre, inoltre, tutto fila liscio: per alcune persone l’integrazione potrebbe risultare difficile se non dannosa, per vari motivi:

  • Mancanza di fiducia
  • Mancanza di chiarezza nei ruoli
  • Motivazioni personali
  • Scarsa adattabilità

Su queste cose vorrei ritornarci in seguito, per il momento mi fermo qui